Matdid: Materiale didattico di italiano per stranieri aggiornato ogni 15 giorni a cura di Roberto Tartaglione e Giulia Grassi - Scudit, Scuola d'Italiano Roma

 
  Giulia Grassi


QUANDO LA GRECIA CONQUISTÒ ROMA


Le opere d'arte come bottino di guerra, ovvero, di come la Grecia, conquistata militarmente dai romani, si prese la rivincita sconfiggendo con altre 'armi' i suoi conquistatori.
 
 

 

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  Secondo lo storico Tito Livio "l'inizio dell'ammirazione per le opere d'arte dei Greci" da parte dei Romani è collegato a un episodio di carattere militare: la conquista della città di Siracusa (212 a.C.) ad opera di Marco Claudio Marcello.
Lo stesso storico sostiene che la conquista di un'altra città, Magnesia ad Sipylum (189 a.C.),
segnò la fine dei simulacri di legno e terracotta nei templi di Roma, rimpiazzati da opere d’arte importate”.
Cosa c'entra la guerra con l'arte? C'entra, eccome! La conquista di una città o di un territorio era sempre accompagnata dal saccheggio di tutte le ricchezze degli sconfitti, dalle statue degli dèi agli animali ai manufatti; e agli schiavi, naturalmente. E il bottino razziato veniva presentato al popolo di Roma nel corteo del 'Trionfo'¹, una cerimonia destinata ai generali vittoriosi (a patto che avessero massacrato in una unica battaglia almeno 5.000 nemici) e, col tempo, riservata ai soli imperatori.
Dal 212 a.C. il tipo di bottino che passa sotto gli occhi dei romani cambia sensibilmente... e rivoluziona il gusto della città.
 
 
Siracusa era una città della Sicilia, in quella che era chiamata Magna Grecia. Secondo i greci Tucidide e Plutarco era "non meno grandiosa di Atene" mentre il romano Cicerone la definiva "la più grande delle città greche, e la più bella" (maxima et pulcherrima).
Questa magnifica città nel 212 a.C. viene conquistata da Marco Claudio Marcello, che la saccheggia. E il ricco bottino viene fatto sfilare nel trionfo, lasciando i provincialotti romani a bocca aperta: "[Marcello]
portò via da Siracusa la massima parte, e le più belle, fra le opere d’arte per lo spettacolo del suo trionfo e per l’ornamento della città. Roma infatti non conosceva né possedeva prima di allora nessuno di quegli oggetti di lusso e di raffinatezza, né si compiaceva di grazia e di eleganza […]” (Plutarco). E subito cominciano i guai. Racconta ancora Plutarco che se da una parte Marcello "divenne più stimato presso il popolo, avendo arricchito la città" dall'altra c'era chi gli rimproverava "di aver riempito di ozio e di chiacchiere e di aver portato urbanamente a discutere di arte e di artisti, passando in ciò molta parte del giorno, quel popolo abituato a combattere e a coltivare campi, schivo di ogni mollezza e ogni frivolezza”.

Le cose peggiorano (o migliorano, a seconda dei punti di vista) con il trionfo degli Scipioni (Lucio Cornelio e Publio Cornelio), che nel 190 a.C. sconfiggono a Magnesia ad Sipylum il re Antioco III di Siria e portano a Roma un bottino enorme in opere d'arte, oro e argento.
 
Le cose addirittura precipitano nel 168 a.C., quando Lucio Emilio Paolo sconfigge a Pidna il re Perseo di Macedonia. È ancora lo storico Plutarco a guidarci nel corteo trionfale, durato per ben tre giorni:

 


CLAUDE-JOSEPH
VERNET, Il trionfo di Emilio Paolo, 1789

 
"il primo, a stento sufficiente per le statue e le iscrizioni e i colossi catturati, che venivano portati su duecentocinquanta carri, fu occupato dalla presentazione di questi. Il giorno seguente, invece, furono fatte sfilare su molti carri le più belle e ricche armi macedoni […] dopo i carri che portavano le armi si avanzavano tremila uomini i quali portavano denaro d’argento in seiecentocinquanta vasi di tre talenti, che reggevano in quattro ciascuno. Il terzo giorno, subito fin dal mattino, si avanzarono i trombettieri […] Dietro costoro venivano centoventi buoi dalle corna dorate […] Poi dietro a questi, c’erano quelli che portavano le monete d’oro, suddivise in vasi di tre talenti analogamente a quelle d’argento […] a queste tenevano dietro il carro di Perseo e le armi e il diadema posato sopra le armi. Poi, dopo un breve intervallo, venivano condotti schiavi i figli del re, e con loro una folla di aii e precettori e pedagoghi in lacrime […] Subito dietro a questi venivano portate corone d’oro in numero di quattrocento, che le città avevano mandato ad Emilio con ambascerie quali riconoscimenti al valore della vittoria: infine teneva dietro egli stesso, montato su un carro splendidamente adornato, uomo degno di essere adornato […] avvolto in una veste di porpora ornata d’oro e intento a protendere con la destra un ramo di alloro. Portava rami d’alloro anche l’intero esercito, il quale seguiva al carro del comandante ordinato in compagnie e reggimenti, cantando ora certi canti patrii mescolati a risate, ora invece peani di vittoria e lodi per le imprese compiute da Emilio".

Dopo la conquista della Grecia (146 a.C.) e l'acquisizione del regno di Pergamo in Asia Minore (133 a.C.), l'afflusso a Roma di opere d'arte diventa inarrestabile: i templi e i portici si riempiono di statue². Sono bottino di guerra, e per questo sono dedicate agli dèi; ma sono anche 'belle' da vedere e rendono più bella la città. A poco a poco la 'malattia' dell'arte colpisce anche i romani, e a niente valgono le critiche dei tradizionalisti come Catone il Censore, che definisce i greci 'lestofanti' e teme che "
quelle ricchezze abbiano conquistato noi anziché essere da noi conquistate.
Anche se ancora nel 70 a.C. Cicerone doveva nascondere in pubblico la sua passione di collezionista, facendo finta di essere incompetente in materia d'arte durante il processo contro Verre, alla fine i timori di Catone si avvereranno: "la Grecia
, conquistata [dai Romani], conquistò il feroce vincitore / e le arti portò nel Lazio agreste" (Graecia capta ferum victorem cepit / et artes intulit agresti Latio) (Orazio).
 

 

¹ Il 'Trionfo' a Roma: C. Auliard, Victoires et Triomphes à Rome, Paris 2001; A.D. Lunsford, Romans on Parade: Representations of Romanness in the Triumph, Dissertation (The Ohio State University, 2004); P. Liverani, Dal trionfo pagano all'adventus cristiano: percorsi della Roma imperiale, 'Anales de Arqueología Cordobesa', 18 (2007), pp. 385-400 (tutti con ampia bibliografia).
 
² Roma e l'arte greca: C.C. Vermeule, Greek Sculpture and Roman Taste, 'Boston Museum Bulletin', 65 /342 (1967), pp. 175-192; A. Henrichs, Graecia Capta: Roman Views of Greek Culture, 'Harvard Studies in Classical Philology', 97 (1995), pp. 243-261: F. Coarelli, Revixit ars: arte e ideologia a Roma: dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana, Roma 1996; C.M. Keesling, Misunderstood Gestures: Iconatrophy and the Reception of Greek Sculpture in the Roman Imperial Period, 'Classical Antiquity', Vol. 24, No. 1 (April 2005), pp. 41-79; E. Perry, The Aesthetics of Emulation in the Visual Arts of Ancient Rome, Cambridge University Press 2005; G. Pucci, I Romani e l'arte greca: originali e copie, in 'La Grande Storia. L'Antichità', a cura di Umberto Eco, vol 12. Roma (Arti visive, letteratura e teatro), Bergamo 2011, pp. 291-301.

 

ANDREA MANTEGNA, Trionfi di Cesare in Gallia : VI tela. Portatori di corsaletti, di trofei e di armature (1485-1505 ca)

 

 

   

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